

82. Malattie e mortalit nell'Italia postunitaria.

Da: A. De Bernardi-L. Ganapini, Storia d'Italia. 1860-1995, Bruno
Mondadori, Milano, 1996.

Malnutrizione, insalubrit del territorio, differenze climatiche,
cattive condizioni igieniche dei centri urbani, ritmi di lavoro
asfissianti imposti dall'industrializzazione, favorirono, cos nel
regno d'Italia, come del resto negli altri paesi europei, la
diffusione di malattie virali che andarono sostituendosi, nel
corso dell'Ottocento, alla terribile mortalit della peste. Gli
storici Alberto De Bernardi e Luigi Ganapini presentano in questo
brano il quadro sociale e geografico in cui si svilupparono tali
malattie ed epidemie: la pellagra, che colpiva i contadini
settentrionali, consumatori di mais; la malaria, che continuava a
percuotere gli abitanti delle zone acquitrinose; il colera,
esploso nei borghi malsani delle citt; e infine la tubercolosi,
che si abbatteva soprattutto su donne e bambini, sfiniti dal duro
lavoro di fabbrica.


Per tutta l'et moderna la "fame" dei contadini italiani si era
fondata su una dieta poverissima di proteine e di vitamine,
scarsamente calorica, basata sul consumo di cereali inferiori
(sorgo, orzo, segale, spelta, miglio), di vegetali e di grassi
animali in misura miserrima; dopo la diffusione del mais gli
apporti calorici si erano elevati e lo spettro della carestia si
era progressivamente dissolto, lasciando per aperto il campo agli
effetti dirompenti della malnutrizione da monotonia alimentare,
perch i contadini erano costretti a cibarsi quasi esclusivamente
di polenta abbrustolita. Le conoscenze scientifiche di allora,
infatti, non erano in grado di prevedere che una dieta
caratterizzata da "monofagismo maidico", vale a dire nella quale
il mais costituiva la quasi totalit del cibo a disposizione,
introducesse uno squilibrio tra le diverse componenti
dell'alimentazione umana (amidi, vitamine, grassi, proteine)
talmente elevato da diventare patogena. Fino agli anni venti del
nostro secolo rimase infatti ignota alla medicina la circostanza
che il mais fosse privo di una vitamina indispensabile per il
funzionamento dell'organismo umano, la PP (pellagra preventing),
la cui assenza prolungata produce nell'organismo disordini
funzionali gravissimi, che colpiscono in particolare il sistema
nervoso, ledendolo in maniera irreversibile. [...].
La fame cronica del contadino italiano nelle terre del mais si
trasform cos in una sindrome sociale del tutto nuova, in una
patologia di massa ben definita: la pellagra, che assedi la
societ rurale dell'Italia centro-settentrionale fino alla prima
guerra mondiale, con effetti squassanti sulla morbilit e la
mortalit contadina.
Le stime sulla mortalit da pellagra sono molto approssimative e
dicono assai poco sulla rilevanza del fenomeno: i casi in ogni
modo superarono il milione. I presidi terapeutici rimasero
pressoch inesistenti fino alla fine del diciannovesimo secolo,
perch era oscura l'eziologia del morbo e inoltre ogni ipotesi di
curabilit cozzava contro la rigidit dei rapporti sociali nelle
campagne. Di conseguenza, non  inverosimile supporre che buona
parte degli ammalati morisse, sconfitta dal marasma organico
prodotto dal male, oppure, nello stadio terminale della malattia,
dimenticata negli oscuri recessi del sistema manicomiale, colpita
da una lesione cerebrale irreversibile che assumeva le forme di
una vera e propria psicosi maniaco-depressiva.
Le mura delle citt costituirono il limite invalicabile della
pellagra, perch qui il monofagismo maidico non trovava lo spazio
sociale per la sua diffusione: nelle citt anche i ceti poveri,
gli artigiani e gli operai, riuscivano a sfuggire alla schiavit
della polenta e del "pane giallo", e si avvicinavano a una dieta
meno squilibrata e pi varia, nella quale entravano il pane di
frumento, le verdure, i grassi e modestissime quantit di proteine
animali.
Anche il clima [...] costitu una barriera insormontabile per la
pellagra, in quanto a Sud dell'asse Alto Lazio-Molise la
temperatura troppo elevata e la siccit non consentono la
coltivazione del mais. Nelle campagne meridionali per a mantenere
elevata la mortalit contribuiva un'atavica presenza morbigena: la
palude. Vi si trovava infatti la zanzara portatrice del plasmodio
malarico, continuamente riprodotta nelle piane costiere da uno
squilibrato regime delle acque che dilavavano i pendii montani
resi brulli da una lunga tradizione di diboscamenti dissennati,
acuitasi proprio nel Settecento. [...].
Alla vigilia dell'Unit pi del 40% della popolazione rurale del
Grossetano, dell'Agro romano, della Sicilia e della Calabria era
affetta dalle "febbri intermittenti", che sfinivano organismi gi
provati dalla fatica e dalla denutrizione, portandoli alla morte.
A questa percentuale si aggiunsero i nuovi casi prodotti
nell'Italia settentrionale dalla diffusione della risaia
avvicendata, che riempiva di acquitrini stagionali le fertili
terre da Vercelli a Mantova, e dalle grandi opere di costruzioni
delle strade ferrate, laddove le pozze di acqua stagnante
formatesi durante i lavori di sterro costituivano un pericoloso
fomite morboso. Per una tragica ironia della storia qui lo
sviluppo stesso di un'agricoltura avanzata e di un sistema
manifatturiero moderno riprodusse, seppure in misura ridotta,
quell'habitat malarico che con grande preveggenza ed efficacia gli
interventi di bonifica dei governi preunitari erano riusciti a
circoscrivere, fin quasi alla sua scomparsa. Il contributo della
malaria alle dinamiche della mortalit si accrebbe dunque per
tutto il corso dell'Ottocento, fino a quando, dopo che il medico
francese Leveran isol nel 1880 il plasmodium in Algeria, cominci
una sistematica lotta contro questa malattia con l'impegno
pionieristico di alcuni grandi malariologi italiani, come Celli e
Golgi. Questa azione riusc a definire, tra il 1900 e il 1907, un
primo quadro legislativo, imperniato sulla tutela del malato e
distribuzione obbligatoria del chinino, ritenuto il pi efficace
presidio farmacologico contro l'azione morbigena dei protozoi
malarici. L'azione terapeutica si combin, all'alba del nuovo
secolo, con una meno episodica azione preventiva imperniata sulla
bonifica idrogeologica nel Mezzogiorno. Questa lotta si concluse
soltanto nel secondo dopoguerra, quando la realizzazione di un
incisivo programma di bonifiche fondiarie si combin
all'utilizzazione su larga scala del Ddt (il
diclorodifeniltricloroetano, gi noto alla fine dell'Ottocento),
le cui propriet insetticide vennero scoperte soltanto nel 1939.
La combinazione di questi fenomeni spiega il lungo ristagno della
popolazione italiana rispetto al resto d'Europa ancora nei decenni
pre e postunitari e il ruolo centrale svolto dalle citt nella
crescita demografica del primo Ottocento.
Anche nelle citt per il peso della mortalit rest elevato. A
sostenerne le dinamiche fu l'azione concentrica di antichi fattori
patologici e di nuove irruzioni epidemiche che decimarono le
popolazioni urbane. Innanzitutto, nonostante l'ampia azione
preventiva contro il vaiolo messa in atto dal governo del Regno
italico [fondato da Napoleone primo in Italia settentrionale nel
1805 e caduto nel 1814] che riusc a vaccinare quasi un quarto dei
suoi sette milioni di abitanti, nell'et della restaurazione
questa malattia sfugg al controllo delle autorit sanitarie,
dilagando di nuovo dentro e fuori le mura delle citt, spesso
accompagnata dal tifo esantematico (detto petecchiale per le
emorragie sottocutanee che lo caratterizzavano, chiamate appunto
"petecchie") provocato da una rickettsia [microorganismo
cosiddetto dal nome dello scopritore, il medico americano Howard
Taylor Ricketts] di cui erano portatori i pidocchi, abituali
compagni degli uomini e delle donne poco abbienti, che erano
costretti a vivere in condizioni igieniche spesso drammatiche.
In questo quadro gi grave irruppe il colera, una delle pi
spaventose malattie infettive della storia umana. Il suo agente 
un vibrione che si trasmette attraverso l'acqua, gli alimenti, le
mosche e che si localizza nelle mucose intestinali, determinando
diarree e vomiti, fino alla totale disidratazione degli individui
colpiti, con conseguenze mortali. Fino agli anni trenta
dell'Ottocento, gli effetti da esso provocati erano rimasti
circoscritti alla sua area d'elezione, il Bengala, dove da secoli
aveva ormai assunto un carattere endemico. Nel 1831 il colera si
manifest per la prima volta in Europa, devastandola per oltre sei
anni, provocando una tremenda ondata epidemica che fece oltre
mezzo milioni di morti. Di questi, quasi la met solo in Italia,
dove si diffuse tra il 1835 e il 1837. Fino alla fine del secolo,
quando il medico tedesco Robert Koch riusc a isolare il vibrione,
la scienza medica brancol nel buio e mise in atto contro questa
nuova sfida quell'insieme di provvedimenti che aveva elaborato nel
corso dei secoli per combattere la peste (quarantene, lazzaretti,
cordoni sanitari, qualche presidio farmacologico) che si
rivelarono del tutto inefficaci, mentre la societ era
attraversata da antiche paure collettive. [...].
Il colera venne chiamato la "malattia del povero", perch, pi che
altre insorgenze epidemiche, era legato alle precarie condizioni
igienico-sanitarie in cui le classi lavoratrici povere erano
costrette a vivere. Esso infatti si annidava in quegli spazi
urbani caratterizzati dall'assenza di reti fognarie e idriche
protette e il fatto che l'Italia ne abbia costituito il vero e
proprio epicentro continentale getta fasci di luce significativi
non solo sulle dimensioni profonde della sua arretratezza
economica e sociale, ma anche sulla dislocazione territoriale
della sua popolazione.
Fino all'unificazione i quartieri popolari delle citt italiane,
che spesso coincidevano con i loro centri storici, erano rimasti
in condizioni disastrose: case decrepite, umide e piccolissime,
dove si ammassava una popolazione miserabile, vie strette e buie,
trasformate in molti casi in fogne a cielo aperto, quartieri privi
di ogni genere di servizio pubblico. Questo era l'habitat naturale
del colera e del tifo, che nei paesi europei avanzati era gi
stato in gran parte rimosso mediante grandi interventi di bonifica
urbana, che si erano susseguiti dopo l'abbattimento delle cinte
murarie, stimolati dall'agire combinato dell'industrializzazione e
dell'urbanesimo. L'urbanesimo italiano era invece ancora di
carattere preindustriale, stratificazione secolare di quella
tradizione cittadina, unica in Europa, che aveva disseminato il
territorio italiano di grandi e medi centri abitati, nei quali
convivevano in maniera indifferenziata servi e signori,
professionisti e artigiani, commercianti e garzoni di bottega,
circondati da una pletora di soggetti sociali in bilico tra
l'integrazione e la marginalit.
Soltanto nell'ultimo quarto dell'Ottocento, grazie a sventramenti
spesso radicali, le citt italiane si rimodellarono, aprendosi ai
processi di modernizzazione civile, il cui primo impulso fu
rivolto al miglioramento delle condizioni di vita dei suoi
abitanti e in prima istanza delle classi popolari. [...].
Alla vigilia della prima guerra mondiale, dunque, il "piccone
demolitore", come allora venne chiamata l'infervorata opera di
distruzione radicale degli antichi quartieri delle citt storiche,
riusc, con maggiore incisivit dell'azione terapeutica, ad avere
ragione dell'ultima grande ondata epidemica di questo millennio.
Ebbe un successo pi stentato nei confronti di un'altra sindrome
sociale, che nell'Ottocento conobbe il suo periodo di maggiore
diffusione, la tubercolosi.
Il "mal sottile" raggiunse gradi di intensit tale da contendere
al colera il primato nella gerarchia delle paure collettive del
secolo, facendo del "tisico" e della "tisica" uno stereotipo
dell'immaginario collettivo, immortalato nelle pagine della
letteratura colta e in quella di consumo popolare (dalla Cosetta
hughiana, alla Signora della Camelie, dai dialoghi in sanatorio
tra Hans Castorp e l'ebreo Naphta della Montagna incantata [di
Thomas Mann] al Bacio della morte di Carolina Invernizio).
Infezione batterica distruttiva dei tessuti polmonari, la
tubercolosi divenne un flagello sociale perch favorito sia dalle
stesse ragioni sociali che alimentarono le epidemie coleriche, sia
dal nuovo pauperismo alimentato dall'industrializzazione.
Anch'essa era dunque una malattia della miseria nel cui quadro
eziologico si combinavano fattori legati all'arretratezza dello
sviluppo socio-economico italiano, che erano presenti in tutte le
grandi sindromi sociali ottocentesche, e quelli che erano
espressione delle sue componenti moderne e avanzate.
Non  un caso che la tubercolosi mietesse le sue vittime pi tra
le donne e i fanciulli, l'esercito della prima onda manifatturiera
italiana, piuttosto che tra i maschi adulti; pi al Nord che al
Sud, data la natura dualistica dell'industrializzazione italiana,
anche se il degrado urbanistico dei grandi e medi centri urbani
del Mezzogiorno contribu alla creazione di vere e proprie
roccaforti della tubercolosi in quest'area; anche nelle campagne
oltre che nelle citt, caso unico in Europa, per la dislocazione
rurale di buona parte dell'industria tessile.
